Il linguaggio quotidiano è ricco di metafore. Le usiamo continuamente. “Tirarsi su” per intendere “stare meglio”, “i luoghi del cuore” per indicare i sentimenti. E ancora espressioni come “il tempo è tiranno” per identificare la velocità del tempo che scorre. Gli esempi di espressioni metaforiche nel linguaggio ordinario, insomma, si estendono a perdita d’occhio, perché fanno parte del nostro modo di pensare e parlare. Sono onnipresenti.

Per questo ci siamo chiesti quali fossero gli intrecci della metafora con il ramo della scienza e in particolare della comunicazione scientifica.

Ne abbiamo discusso con la professoressa Elisabetta Gola, docente dell’Università di Cagliari. A lei abbiamo chiesto quale sia il ruolo della metafora nella scienza e se il linguaggio metaforico possa essere un buon alleato nella comprensione dei ragionamenti scientifici.

 

Un’apparente contraddizione

Sembrerebbe un ossimoro: scienza e metafora. Soprattutto in ragione di un vecchio pregiudizio che vorrebbe la scienza slegata da ogni linguaggio letterario, poetico e artistico. Perché il linguaggio scientifico, in base a quest’idea ormai ampiamente superata, non dovrebbe essere impantanato in aspetti comunicativi oscuri. E al contrario dovrebbe essere un tramite cristallino, preciso e perfettamente aderente al dato scientifico. Per questo motivo, in base a quel pregiudizio, fra scienza e metafora avrebbe dovuto esserci una cesura: le parole sono diverse dalle cose, il senso letterale e quello metaforico non apparterrebbero quindi alla medesima famiglia.

Una riscoperta recente

Invece oggi sappiamo che il linguaggio metaforico sia essenziale per comprendere le dinamiche più complesse della scienza. Ma ancor di più è la scienza stessa, nei suoi tecnicismi, ad appropriarsi di termini appartenenti ad altri ambiti disciplinari – incluso il ramo metaforico – per spiegare le sue teorie e risultati. Senza considerare inoltre che le stesse teorie scientifiche formulate dai ricercatori nascono da un processo immaginativo e creativo che si lega intimamente al pensiero simbolico, che niente ha a che vedere con il linguaggio asettico che per tanto tempo la scienza avrebbe preteso di adottare per raccontarsi.

In altre parole, è stato sdoganato il principio secondo cui le metafore inducessero in errore, inquinando il significato vero di una teoria. Motivo per cui si dovesse fare a meno di utilizzarle come strumento di mediazione concettuale.

 

Dall’ignoto al noto

Le metafore scientifiche fanno questo: attuano un passaggio dall’ignoto al noto, spiegano qualcosa di difficile in maniera semplice (ma non per questo semplicistica). Si appigliano ai fenomeni familiari, tramite varie figure retoriche, spesso l’analogia, per rendere chiaro il concetto scientifico che si vuole veicolare al non addetto ai lavori. Per questo risultano preziose ai fini della comprensione, perché si appoggiano a domini già noti e conosciuti per spiegare qualcosa di poco conosciuto, oggetto di controversia nel dibattito scientifico o semplicemente difficile per chi non mastichi quegli argomenti con disinvoltura (ad esempio il pubblico di cittadini o dei politici a cui sono affidate le più importanti scelte in tema di sanità pubblica, fra le tante).

Ma inoltre, come accennato sopra, sono gli stessi scienziati a nutrirsi di linguaggi simbolici e metaforici, per procedere passo dopo passo nella formulazione di nuove teorie scientifiche. La scienza non è una disciplina esatta. È soggetta all’errore, al condizionamento dei tempi, al grado di sviluppo tecnologico, al linguaggio e alle metafore che lo caratterizzano. E dunque cambiano i paradigmi scientifici, mutano le convinzioni. Così gli scienziati come funamboli, in equilibrio sul filo teso delle scoperte scientifiche, abbandonano vecchie teorie per abbracciarne nuove. Quando incontrano queste novità, inevitabilmente, abbracciano anche nuovi concetti e nuovi modi per esprimerli, proprio con le metafore.

Inoltre, le metafore possono fare da molla verso sviluppi inaspettati. E così sollecitare l’esplorazione di collegamenti inediti fra le cose, creando dunque agganci interdisciplinari.

 

Il ruolo della divulgazione

Linguaggio e scienza quindi comunicano. Non sono affatto due entità separate e il linguaggio scientifico per questo è anche un linguaggio metaforico. In questo senso la metafora, all’interno della comunicazione scientifica, assume un valore divulgativo. Non si limita a tradurre qualcosa di complesso. Ma accompagna invece la comprensione del dato scientifico perché se ne avverta l’utilità e l’impellenza. L’uso della metafora nella scienza in altre parole si inserisce all’interno di una cornice fatta di azioni e scelte consapevoli per l’intera comunità civile e non solo. La funzione non è dunque meramente educativa, come vorrebbe un vecchio modello della comunicazione scientifica intesa nella sua veste traduttiva, nel movimento dall’alto verso il basso. Al contrario la direzione della comunicazione, che si serve del linguaggio simbolico, è diretta ad un pubblico attivo e curioso che mostri in questo quadro partecipativo l’interesse vivo nei confronti della scienza e di tutti i suoi risvolti – sociali, politici, etici, economici e non solo.

 

Alcuni esempi

Dunque, il linguaggio metaforico è un utile mezzo per spiegare idee complesse in maniera semplice, grazie al collegamento fra ambiti disciplinari e concettuali molto differenti fra loro.

Ad esempio per spiegare il funzionamento del DNA, la stazione operativa delle nostre cellule, si ricorre alla metafora informatica del codice, che sottende alcuni concetti importanti, mutuati da quell’ambito. Fra i tanti: il messaggio da inviare, la trasmissione, l’errore di comunicazione e replicazione. Un altro dominio invece è quello linguistico, secondo il quale il DNA rappresenterebbe la grammatica o sintassi biologica umana.

La biologia in particolare lascia spazio a metafore che rendono “umani” i piccoli mattoncini del nostro organismo. E in questo senso i geni diventano egoisti e altruisti. Come le persone possono essere manipolati e condotti a fini e azioni diverse da quelle per cui sono programmati. E così via.

 

Occhio alle metafore: un pericolo dietro l’angolo

Bisogna scegliere le metafore giuste. Il linguaggio simbolico potrebbe rivelarsi insidioso, se utilizzato per fini ulteriori. Si pensi alla comunicazione del dato scientifico in politica o nel giornalismo. La recente pandemia ha dimostrato in che modo l’uso frettoso di linguaggi simbolici poco accurati abbia interferito nella comprensione corretta dell’emergenza sanitaria e della questione medica correlata. Infatti talvolta l’utilizzo delle metafore potrebbe essere legato al rischio di una eccessiva semplificazione, alla creazione di stereotipi, etichette inappropriate, in grado di generare fraintendimenti nel grande pubblico di non esperti.

Si pensi anche all’ambito medico, alle situazioni in cui si richiede di comunicare diagnosi infauste. In questi frangenti allo specialista è richiesta massima delicatezza e attenzione nella ricerca delle parole giuste.

 

Ultime considerazioni

Potremmo dire allora che, nel settore della scienza e soprattutto della comunicazione scientifica, la riflessione sulle metafore e sul linguaggio simbolico non sia affatto secondaria.

È importante monitorare le metafore, il loro significato, l’opportunità del loro uso in base al contesto e l’aderenza al dato scientifico che si intende raccontare. Come la scienza, infatti, anche la metafora di pari passo è soggetta al cambiamento, alla rivoluzione e all’adozione di nuovi paradigmi. Inoltre, la metafora che esprime i concetti della scienza si riferisce ad un contesto d’uso specifico, relazionale in senso lato. E per questo è bene essere cauti, evitare stereotipi e usi retorici, per aprirsi invece alla possibilità di nuove riformulazioni simboliche.

 

 

 

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