Si parla di addiction per indicare la dipendenza da droghe. Lo stesso termine si riferisce anche alle dipendenze comportamentali: shopping compulsivo, gioco d’azzardo, disturbi alimentari, dipendenza da internet e videogiochi. Gli uni e gli altri sono citati all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-V). E in entrambi i casi, al netto delle dovute differenze, è comune una caratteristica: il desiderio irrefrenabile della sostanza, la ricerca a tutti i costi dell’oggetto del piacere, che diviene, alla stregua degli altri bisogni primari, esso stesso indispensabile per la prosecuzione della vita e per la sopravvivenza dell’individuo giorno dopo giorno.

Non è un caso che l’Organizzazione Mondiale delle Sanità parli dell’addiction come di una malattia ad andamento cronico recidivante. L’aspetto patologico, che perdura con forti rischi di ricaduta, comporta la perdita di controllo cognitivo, nella comune e popolare definizione di “mancanza di volontà”. All’addicted insomma manca la facoltà di scegliere, in quanto schiavo della dipendenza. Una condizione che richiama l’origine stessa del termine inglese. Addiction deriva dal latino addicere, letteralmente “aggiudicare a qualcun altro”, “cedere al creditore”. È la condizione di chi, nell’Antica Roma, diventa schiavo per debiti. E può ottenere lo status di libertus – e mai di vir liber, uomo libero quindi – solo a patto che quel debito venga ripagato al creditore.

L’analogia con il termine latino richiama dunque la condizione dell’addicted che mai  potrà considerarsi libero dal pericolo di una recidiva, sebbene drug-free. E per questo come il libertus dovrà continuare a fare i conti con il suo passato.  

 

Caso e necessità nello sviluppo delle dipendenze

Alcune dipendenze, come quelle dall’alcol, sono subdole. Chi svilupperà un’addiction non sarà in grado di riferire l’esatto momento della prima assunzione, il primo bicchiere che ha dato il via ad una serie di bevute incontrollate. Potrà invece raccontare, nel presente, il forte legame che la dipendenza da alcol suscita, il craving, il desiderio irrefrenabile che corrisponde al non poterne più fare a meno, nonostante la perdita di controllo, le reazioni avverse e le dolorose implicazioni relazioni: il lavoro, la famiglia e gli affetti che svaniscono a causa della droga. Potrebbe succedere a chiunque. È l’abuso a livellare le differenti situazioni di partenza, fino a rendere identici individui di diversa estrazione sociale e culturale, nei sintomi e nei comportamenti.

A legarli è quel forte desiderio provocato dalla sostanza,  il piacere motivato da un vuoto che, in fase acuta, nessun altro bisogno primario è più in grado di soddisfare. Bere, mangiare, giocare, avere relazioni amorose, nessuno di questi bisogni primari esercita la medesima carica attrattiva delle droghe o degli atteggiamenti ossessivo compulsivi nella vita di quell’individuo.  C’è una forza magnetica che governa il forte desiderio di procacciarsi la sostanza, un bisogno insopprimibile, una sete inarrestabile che coinvolge i circuiti neurobiologici del piacere e della gratificazione

A cosa è dovuto quel vuoto raccontato e che solo la sostanza è in grado di colmare? Strumenti di brain imaging sono in grado di individuarne una radice condivisa: una “ferita” neurobiologica che fa da denominatore comune. La dipendenza altera il normale funzionamento dell’organo più importante del nostro corpo, il cervello. Modifica i normali processi fisiologici del piacere, rendendoli patologici. L’eziologia di questa ferita, cioè le cause tout court delle dipendenze sono ancora discusse. E il dibattito propende per la multifattorialità: alcune cause genetiche, altre psicologiche, altre ancora ambientali, sociali e familiari.

Cosa genera la dipendenza allora? Chi fa abuso di droghe o sviluppa atteggiamenti compulsivi è mosso da un pregresso disturbo di natura psicologica, colma con la dipendenza un vuoto che è anche affettivo e relazionale? Oppure è l’abuso della sostanza a causare il mal di vivere degli addicted? Chi è il colpevole? E se non sempre il background sociale, personale e culturale è predittivo dello sviluppo della malattia, che ruolo gioca la (s)fortuna? Come in tutte le cose, anche in questo caso una risposta giusta e definitiva non c’è. A meno che non la si voglia trovare a metà strada. È questo il punto in cui si uniscono clinica medica e pratica terapeutica per comprendere e analizzare insieme le possibili cause della dipendenza e predisporre, a partire da quelle premesse, conseguenti percorsi di riabilitazione e reinserimento nella società degli addicted. La strada è tortuosa e soggetta a ricadute. Ma solo in corso d’opera è possibile dare risposta ai tanti perché delle dipendenze.

Alternative praticabili

Esiste tuttavia una strada alternativa da percorrere, o forse sarebbe meglio dire da precorrere. Neuroscienziati e psicoterapeuti, che spesso lavorano in equipe, sono dello stesso avviso: la via è quella della prevenzione. Un addicted lavora ad un’inversione di rotta, per interrompere l’assunzione di sostanze.

Ma per un giovane invece l’obiettivo è quello di non farne mai uso, scardinando molti luoghi comuni, in base ai quali fumare o bere un bicchiere di vino non costituirebbero alcun rischio. Eppure le neuroscienze spiegano in che misura entrare in contatto con sostanze psicoattive, in un periodo in cui il cervello è ancora in fase di sviluppo e quindi vulnerabile, costituisca un pericolo.

Nonostante questo avvertimento, un adolescente potrebbe sentirsi attratto dal piacere intenso e immediato delle dipendenze, dalla gratificazione senza fatica e dolore che ne deriva, cioè dall’aspetto più illusorio dell’addiction: il piacere assoluto a discapito del suo contraltare, il dolore, la sofferenza. Ma il dolore educa alla vita, insegna ad affrontare le avversità, è il prezzo per raggiungere il piacere, la fatica che giustifica infine la gratificazione ultima. È così che i bisogni primari, bere, mangiare, giocare, stare insieme si caricano di significati aggiuntivi e, oltre che componenti essenziali per la prosecuzione della specie, contribuiscono al grado di felicità di ogni persona.

Come insegnano le neuroscienze il normale e fisiologico alternarsi di stati di piacere e di dolore è ciò che ha sempre contraddistinto l’essere umano: la compresenza di più aspetti, gioia e dolore insieme, all’interno di un quadro tridimensionale e contro una visione immediata delle cose: il gioco facile, l’avere tutto e subito, a scapito della ricerca, del viaggio e forse della scoperta più importante, quella di sé stessi.

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