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Marcello Campagna

Durante il lavoro in azienda Lorenzo indossa la maschera per preservare le vie respiratorie da inquinanti presenti nell’aria.

Meglio prevenire che curare: l’importanza dei dispositivi di protezione individuale.

Tessuto industriale e tessuto urbano convivono, si intrecciano a distanze ravvicinate. In alcuni casi a separarli sono pochi ettari di terreno agricolo. In altri a segnare i confini tra un sito e l’altro sono fiumi, stagni, brevi tratti di costa. La compresenza delle due realtà è frutto del progresso, del movimento verso il benessere delle città, del portato tecnologico che ha consentito alle società di usufruire di servizi all’avanguardia che migliorassero la qualità della vita, velocizzassero i tempi di percorrenza e sgravassero gli individui dalle fatiche fisiche del lavoro manuale di un tempo.

Il peso di un compromesso.

Le fabbriche e le industrie sono state un compromesso per le società. Le comunità ne hanno tratto beneficio ma, al contempo, a pagarne lo scotto è stato l’ambiente circostante l’uomo, senza dubbio. Le ripercussioni delle attività industriali sono tuttora causa dell’inquinamento dell’aria e delle falde acquifere, ma anche del degrado degli ecosistemi marini e dei fiumi, di tutte le acque dolci, stagni e lagune, con un’eco sulla produzione delle colture e sull’allevamento del bestiame. E nel complesso come attestano i casi sempre più frequenti di malattie fra i residenti delle città situate nei pressi dei siti, le attività industriali hanno modificato lo stato di salute degli individui.

L’intervento della medicina legale e ambientale.

In questo scenario la medicina legale e ambientale sono il baluardo della salute collettiva. Valutano, innanzitutto, le condizioni di sicurezza del lavoratore esposto ai livelli di inquinamento durante lo svolgimento delle attività. Monitorano lo stato di salute generale delle comunità cittadine vicine alle sedi industriale; stabiliscono quindi parametri di tollerabilità all’esposizione, mettono in guardia società e decisori politici dal pericolo. Nel caso i valori registrati siano al di sotto della soglia consentita, rassicurano, come sentinelle della salute pubblica avvertono circa i rischi e pericoli. Danno notizia degli effetti collaterali e nocivi per le persone. Spiegano in che modo potrebbero manifestarsi reazioni avverse, gravi danni all’organismo, i segnali d’allarme della malattia incombente in altre parole.

Prevenire prima di tutto: i dispositivi di protezione individuale e collettiva.

I dispositivi di protezione indivisuale e collettiva sono le attrezzature e le strumentazioni che mirano a ridurre al minimo i danni derivanti dai rischi per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono le tute ignifughe e guanti per la protezione della cute, le protezioni per l’esposizione degli occhi e mascherine filtranti a tutela delle vie respiratorie. Ma sono, inoltre, tutti i dispositivi preposti al filtraggio dell’aria nelle abitazioni domestiche che, ad esempio, mettono in sicurezza da eventuali pericoli legati all’inquinamento esterno.

Sono gli stessi dispositivi che occupano la scena della prima puntata della web serie. Nonno e nipote li indossano nei momenti della vita all’esterno dell’abitazione, durante le fasi di lavoro in azienda all’aperto e durante gli spostamenti necessari nell’arco della giornata. Si proteggono dagli eventuali pericoli utilizzando le giuste precauzioni e in questo modo limitano come è possibile l’insorgenza di effetti avversi all’inquinamento ambientale. L’inquinamento è diffuso. Conoscono le cause, sono consapevoli che in gran parte il pericolo derivi dalle attività al centro dell’economia industriale e dalle abitudini di vita quotidiane consolidate all’interno di quella società. Vivono dunque la necessità della mediazione e convivono con la situazione ambientale presente.

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Maria Chiara Di Guardo – Prorettore all’innovazione e al territorio, Micaela Morelli - Prorettore alla ricerca e Roberta Vanni – Direttore del CESAR raccontano le dinamiche che hanno condotto alla realizzazione di un progetto crossmediale sulla terza missione dell’Università degli Studi di Cagliari.

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